NON STANNO IN PIEDI

26 01 2008

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Nicola non li conosce. Avrà pure visto le loro facce paffute in televisione ma non le ha memorizzate. Quando sarà più grande forse gli racconterò che quando ancora non si reggeva in piedi, due presidenti  sono caduti a poche ore di distanza.

Romano Prodi e Totò Cuffaro, ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Regione Sicilia, gli ultimi giorni di questo gennaio non li dimenticheranno tanto facilmente (e nemmeno io che sono stato a letto con l’influenza).  Entrambi hanno dovuto lasciare la poltrona, entrambi non avevano nessuna intenzione di lasciarla. Una cosa  li distingue: la dignità.

Prodi è caduto giovedì sera volendo rispettare fino alla fine la Costituzione, presentandosi in Parlamento per mettere i rappresentanti dei partiti che hanno sostenuto la nascita del suo governo di fronte alla responsabilità di farlo cadere
nel momento meno adatto: quando qualcosa si poteva fare, quando qualcosa si doveva fare (da parte mia nessuna clemenza per Clemente).

Cuffaro ha mollato sabato mattina, quando ormai il governo (proprio quel governo guidato da Prodi che, pur essendo caduto, per legge continua a esercitare il potere finché non si insedierà un nuovo esecutivo) aveva avviato le procedure per la sua sospensione. Prima che arrivi il cartellino rosso, ha pensato Totò, esco da solo dal campo. Non ci aveva pensato  la settimana scorsa, quando nel processo sulle infiltrazioni di alcune “talpe” nella Direzione distrettuale antimafia di Palermo è stato condannato a cinque anni di reclusione e interdizione dai pubblici uffici per favoreggiamento. Aveva detto di essere intenzionato a mantenere la sua carica fino al 2011, poiché non era stata riconosciuta l’aggravante per mafia e aveva festeggiato a cannoli.

E se Totò Cuffaro è ghiotto di ricotta e canditi, Nino Strano (senatore catanese di Alleanza Nazionale) preferisce mortadella e champagne. Al Senato ha mangiato il salume con le mani e ha sparso la bevanda sulla moquette mentre il presidente Marini leggeva i risultati della votazione che decretava la fine di Prodi. Elegante. Come il suo splendido golfino rosso legato sopra la giacca e i gli occhialoni con le lenti scure portati in un luogo chiuso. Prima aveva urlato “checca squallida” al senatore Cusumano (senatore eletto nell’Unione) solo perché aveva annunciato di voler votare la fiducia al suo governo. Davvero un signore. Anzi, una signora.

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