Il caffè perfetto

Caterina se ne era andata. In silenzio, come aveva trascorso larga parte degli ultimi due mesi. Il medico era stato severo nella diagnosi, ma non aveva avuto torto: osteosarcoma allo stadio finale, quaranta, sessanta giorni al massimo. Il male che l’aveva presa alle ossa fu intenso e veloce come un temporale d’agosto. Lucio non riusciva a darsi pace.

– “Non si può morire a venticinque anni”.

Quando scoprirono di che malattia si trattava e quanto tempo le restava ancora da vivere, tornando dall’ospedale, in macchina non si rivolsero parola. E poche ne dissero nel resto della giornata e il giorno dopo. Da quel momento Lucio non volle lasciarla neanche un attimo da sola.
Caterina non aveva più nessuno. La madre era morta in un incidente d’auto quando lei si era appena trasferita a Milano per l’università. Il padre era vivo ma non lo vedeva da anni. Dopo la separazione dei suoi lei era rimasta con la mamma. Poi le era capitato di incrociarlo per strada solo due o tre volte. Era diventato un estraneo. Una zia ce l’aveva, la sorella della madre, ma abitava da tempo in Germania.
Lucio aveva bisogno di più tempo da dedicare a Caterina. Voleva starle vicino, trascorrere con lei gli ultimi giorni della sua vita.

– “Volevo fosse lunga come un romanzo russo, invece sarà un racconto breve”.

La decisione di Lucio non tardò ad arrivare e in fondo era scontata. Dopo che gli erano stati negati alcuni giorni di permesso speciale, lasciò il lavoro infischiandosene del suo contratto a termine.

– “Il giornale deve andare avanti, se non puoi garantirmi la tua presenza devo per forza sostituirti con qualcuno. E poi, e poi neanche te la sei sposata quella”.

Alle misere parole del suo direttore, Lucio rispose con un sorriso amaro. Tenne la bocca chiusa ma dentro di sé imprecava.

– “Il potere forse logora chi non ce l’ha, ma di certo rende particolarmente stronzo chi lo conquista”.

Passavano così intere giornate a casa. Non è che potessero andare in giro. Caterina era costretta a letto, il male avanzava e persino alzarsi per andare in bagno o mettersi a tavola per pranzare era diventato un problema. Lucio però non le faceva mancare niente. Usciva solo per fare la spesa nel negozio di alimentari più vicino, o per comprare sigarette e giornali e svuotare la cassetta della posta. Spesso le stava sdraiato accanto. In quei due mesi ascoltarono tutti i dischi che avevano comprato, ancora imballati nel cellophane.

– “Finalmente abbiamo il tempo per farlo, siamo fortunati, non trovi?”.

Videro molti film di Woody Allen, anche i più recenti, quelli che aveva girato in Europa.

– “Almeno così ci facciamo due risate intelligenti”.

Musica, cinema e libri erano diventati la loro principale occupazione. Lucio le lesse ad alta voce tutti quelli di quel turco che aveva vinto l’ultimo Nobel per la letteratura.

– “E’ una vergogna non conoscerlo, dobbiamo recuperare”.

E bevevano caffè. Denso, scuro, tanto zuccherato. A colazione, dopo pranzo, alle cinque del pomeriggio.

– “Perché non siamo inglesi e i biscotti col caffè si gustano meglio che col the”.

Anche dopo cena non poteva mancare, a prescindere dal tipo di cena: un panino veloce, un’insalata o qualcosa di più sostanzioso. Persino a tarda sera, o di notte, quando capitava. Pure se da piccoli ad entrambi era stato detto di non berlo dopo una certa ora.

– “Guarda che poi non riesci ad addormentarti”.

Ma se avevano sonno, dormivano anche dopo il caffè. E se non ne avevano, restavano svegli anche dopo una camomilla. Per loro era così, se poi gli altri si facevano condizionare da queste cose non è che gliene importasse molto. Insomma, ogni momento era buono per dividersi una moka da tre e se erano diventati una coppia era anche grazie al caffè.

Erano andati in vacanza insieme, a Praga. Un viaggio organizzato da un amico comune. Non si conoscevano. Né Lucio aveva mai visto Caterina, né lei aveva mai visto Lucio se non in foto, e a dire il vero la prima impressione che ne ebbe non fu delle migliori.

– “Ha il naso grosso e pochi capelli, dimostra più anni di quanti ne abbia in realtà”.

Il gruppo era formato da sette persone in tutto. Qualcuno si era già laureato, e quel viaggio rappresentava un premio per ripagare i sacrifici e le privazioni degli ultimi mesi di studio. Ad altri mancavano pochi esami o solo la tesi. Sin dalla prima sera Lucio e Caterina si resero conto di avere qualcosa che li accomunava, che li rendeva speciali, diversi rispetto al resto della comitiva. Avevano portato con sé una caffettiera da tre tazze e nelle loro valigie non mancava la miscela. Mezzo chilo per uno, e considerando che la vacanza sarebbe dovuta durare una settimana non era poco. Non che a Praga non si trovasse un bar italiano, ma vuoi mettere la comodità di avere una macchinetta sempre pronta a casa? La propria caffettiera, non una qualsiasi. Gli altri non capivano. Non potevano capire. Così arrivò il momento del primo caffè. Seguito dalla prima sigaretta sul terrazzino dell’appartamento preso in affitto a buon prezzo. Quindi il primo bacio. E poi altri caffè, altre sigarette, altri baci ed altro ancora.

Più passava il tempo e più Caterina e Lucio diventavano inseparabili. Si erano innamorati. Lucio non perdeva occasione di dirglielo, lei, lo lasciava solo intendere. Ma i fatti contavano più delle parole. Ormai Caterina, che fino ad allora divideva un bilocale con una collega, si era trasferita a casa di Lucio. Un monolocale soppalcato in una zona abbastanza centrale di Milano. Compreso il soppalco circa diciotto metri calpestabili. Spesso però si calpestavano i piedi tanto era piena di roba la stanza. Televisione, impianto stereo, lettore dvd, computer, scrivania, libreria e libri e cd a pile ad ogni angolo. Pure un divano. E l’angolo cottura: un lavandino e un fornello che a guardarli avevano l’aspetto di giochi per bambini. Però su quel fornello avevano perfezionato la loro specialità.
La giusta dose di acqua, la giusta dose di caffè, la giusta miscela, la giusta caffettiera, la giusta intensità della fiamma. Se avessero potuto avrebbero registrato il copyright. Sì, erano d’accordo, ci erano riusciti. Lo dissero contemporaneamente, posando le tazzine sul tavolo.

– “Questo caffè è perfetto”.

Di lì a poco si trasferirono in un appartamento più grande, poco distante da casa di Lucio. La cucina era piccola. In muratura. Piastrelle bianche e verdi. I mobili pure verdi. Arancio le pareti della stanza matrimoniale. Oltre a quella c’era anche un soggiorno-studiolo. Niente male e dividendo le spese con Caterina, Lucio era riuscito a risparmiare qualcosa rispetto a quando doveva pagare da solo il suo monolocale.
Subito il soggiorno divenne il posto più frequentato della casa. Stavano lì a guardare la televisione dopo cena, sul divano. Erano riusciti pure a piazzarci due piccole scrivanie. Su una, in formica nera, avevano trovato posto il computer, la stampante e tanti altri strumentini di cui Caterina ignorava la funzione e soprattutto l’utilità: era il regno di Lucio. Sull’altra, in legno invecchiato, una Lettera 32 che Caterina aveva comprato in un mercatino dell’usato e due cornici d’argento che custodivano foto in bianco e nero di sua madre da giovane. Scatti che sapevano di neorealismo. Capelli scuri, come il cappotto pesante. Bianche lenzuola stese su fili poco tesi. Un annaffiatoio di latta. E vasi rotti, piantine di basilico e prezzemolo.

Una notte, quando ormai erano passate sei settimane dalla diagnosi del medico, Caterina si alzò lentamente dal letto per trasferirsi nello studio. Lucio all’inizio non se ne accorse tanto erano stati delicati i movimenti della sua compagna. Ne prese coscienza solo quando percepì distintamente il battere dei tasti della macchina da scrivere.
La prima cosa che gli venne in mente fu di alzarsi, raggiungerla e chiederle se avesse qualche problema. Poi ci pensò bene e preferì starsene a letto: se Caterina aveva trovato la forza di alzarsi voleva dire che stava bene e se aveva voglia di scrivere qualcosa, forse era il caso di lasciarla fare. Lei non era solita scrivere a macchina, in pratica non l’aveva toccata mai tranne che per togliere la polvere che inesorabilmente si posava sopra. E lui, che le aveva rimproverato tante volte quell’acquisto, rimase ad aspettarla in camera con gli occhi chiusi, disteso immobile.
Dopo mezz’ora Caterina rientrò nella stanza. Lucio avvertiva che avanzava a fatica verso il letto, ma continuò a fare finta di niente. Poi la ragazza si mise sotto le coperte, baciò Lucio sulla guancia, che da grande attore aveva accennato a un russare leggero, naturale. Si addormentarono presto entrambi. Forse sognarono, ma al risveglio non ricordarono cosa.

Caterina se ne andò così. Dormendo, poche notti dopo. Il funerale fu sobrio: pochi parenti di Lucio venuti apposta a Milano, pochi amici, qualche collega. La zia di Caterina pensò bene di non muoversi dalla Germania. Suo padre chissà dov’era. Tanto ormai cosa importava?
Lucio restò presto solo. E quella casa, che prima sembrava piccola, diventò di colpo immensa. Troppo grande per contenere tanta assenza. Cercò di tornare alla vita normale, quella che aveva fatto prima di quel viaggio, prima che le macchinette per il caffè uscissero dalle valigie per ritrovarsi sul tavolo della cucina di quell’appartamento praghese. Ma non era facile. Per niente. E ora non aveva più neanche un lavoro. I suoi si offrirono di aiutarlo, a distanza. Versavano sul suo conto corrente quanto serviva per l’affitto, le bollette, la spesa. Mai gli proposero di tornare a vivere con loro. Sapevano che non avrebbe mai e poi mai accettato di lasciare la città per tornare nel paese dove era nato.
Passarono tre mesi e ricominciò a lavorare. Ce ne volle per trovare un editore disposto ad assumerlo. Ovviamente si trattava di un contratto a tempo determinato. Sei mesi e se andava bene magari glielo rinnovavano. Di più era impossibile ottenere. Riunioni di redazione, giri di nera, interviste, lunghe telefonate, insulti, minacce, ma anche soddisfazioni. E poi la sera tirava fino alle undici, mezzanotte, andava via solo quando il giornale era chiuso e pronto per andare in stampa anche se le sue mansioni non lo richiedevano. Rifiutava sistematicamente la compagnia dei nuovi colleghi che lo invitavano a bere una birra insieme. Gli amici ci avevano rinunciato dopo i tanti “no, grazie” che avevano ricevuto. Di ragazze neanche a parlarne: era troppo presto. Tornando a casa il pensiero andava a quella sedia vuota, in cucina. A quell’altra, nel soggiorno. A quella parte del letto che restava intatta, fredda.

Prima o poi doveva farlo. Tante volte ci era quasi riuscito ma a pochi passi dall’obiettivo si fermava. Decise che era arrivato il momento. Andò nello studio e si sedette alla scrivania di Caterina. Alzò la macchina per scrivere. Sotto c’erano due fogli bianchi e tante righe nere. Era quanto aveva scritto lei quella notte in cui Lucio aveva sentito battere forte i tasti della Lettera 22.

Hai visto che sorpresa ti ho fatto? Ti lamenti sempre perché non ti scrivo mai niente. Nessuna mail, pochi messaggi, per niente romantici. Sostieni che ho paura di scrivere quello che provo per te perché le parole una volta scritte non possono più essere cancellate. Forse hai ragione, ma questo non vuol dire che non senta niente. Anzi. Tu invece scrivi tanto per me. Ma tu sei uno scrittore e io no! I bigliettini nascosti sotto il cuscino, i post-it attaccati sullo specchio del bagno, dietro le ante dell’armadio, nei mobiletti della cucina, persino dentro al frigo (sei pazzo). E le mail, quante mail! Le conservo tutte, tranne quelle che cancello nei giorni in cui mi fai incavolare.
Una però mi piace davvero tanto. La leggo spesso quando non sei a casa. L’hai scritta per nostra figlia. Per la figlia che purtroppo non avremo mai. Ora la trascrivo a macchina, per te… Ah, mi raccomando, cerca di non commuoverti tenerone che non sei altro! E se proprio devi, poi prenditi un bel caffè. Caldo, denso, tanto zuccherato. Perfetto.
 Ti amo Lucio. Come puoi vedere almeno per una volta sono riuscita a scrivertelo. Spero ti basti.

Tua Caterina
“Nascerai a maggio. Quando io e mamma ti aspetteremo non sentiremo caldo. Sarà autunno e subito inverno, se mamma sentirà freddo la coprirò per scaldarla. Poi sarà primavera: i mandorli saranno già fioriti, arriverai tu.
Avrai capelli scuri. All’inizio pochi. Poi ti cresceranno e saranno ricci, selvaggi. Non preoccuparti, potrai stirarli. Anche gli occhi saranno scuri. Grandi, profondi: faranno innamorare. Ma non c’è fretta per quello.
Ti spunteranno i primi dentini. Solo allora potrai mangiare qualcosa di solido. Prima ti toccherà prendere il latte di mamma. Che fortuna! Poi proverai le pappine. Alcune sono buone, altre ti faranno davvero schifo. Vedrai, le sputerai. La mamma, con la scusa di controllare se la pastina sarà abbastanza tiepida o troppo salata, proverà a mangiarsela tutta. Ci penserò io a vigilare che non ti lasci digiuna! Il caffè fino a una certa età non potrai prenderlo. Ma sono sicuro che io o mamma te lo faremo assaggiare di nascosto l’uno dall’altra.
Gattonerai. E io con te. Perché pazzo d’amore ti seguirò dovunque. Sui tappeti, sui divani. Sporcheremo il pavimento con le impronte. Ce ne fregheremo delle lamentale. Poi ti tirerai su. Mamma ti seguirà dietro, a pochi centimetri, pronta a salvarti in caso di caduta. Io ti aspetterò mezzo metro avanti a braccia aperte. Ti inciterò. Arriverai da me. Saranno i tuoi primi passi. Ti abbraccerò e ti alzerò in cielo. Poi ci abbracceremo tutti. Io te e mamma. Rideremo.
Inizierai a parlare. Potrai dire mamma o papà o cacca, poi imparerai a pronunciare anche altre parole. Farò in modo di non trasmetterti il mio accento. Però non dovrai parlare milanese, te lo chiedo per favore. Prendi esempio da mamma, parla come lei.
Capirai presto che dovrai prendere esempio da lei per molte cose, anzi, per tutte. Sarai fortunata ad avere una mamma come lei e un papà come me. Capirai presto che anche papà è fortunato ad avere una moglie come la tua mamma. Capirai che tra noi tre ci sarà tanto amore. Per sempre. Non ci lasceremo mai”.

Lucio, sorriso e pianto, si gustava ogni parola. Come se non fosse stato lui l’autore. La lesse una, due, tre volte. Si alzò dalla sedia per mettere su la moka pensando che quella Lettera 22 era stato un acquisto azzeccato. Da quella notte, ogni sera, una volta tornato a casa, si sedeva per scrivere a Caterina tutto quello che gli passava per la testa. E battere sui tasti. Forte, sempre più forte.

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One response

5 02 2008
ninfa

Sei riuscito a commuovermi sino alle lacrime. Sono fortunata ad avere un fratello sensibile e talentuoso. ti voglio bene.Ninfa

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