La spesa di notte

Ogni volta che entro in aula mi prende la voglia di andare via. Potrei mettermi in malattia in attesa della pensione. Un bel certificato medico: stato depressivo acuto. Ma non sono depressa, sono incazzata nera. La classe è di trenta, ma sui banchi è come se non ci fosse nessuno. Ai miei tempi a scuola andavano in pochi. Solo quelli che appartenevano alle famiglie che se lo potevano permettere. Io li chiamavo i “figli della paranza”, la buona borghesia. Latifondisti, avvocati e funzionari pubblici che avevano messo da parte ingenti patrimoni stringendo affari con le ‘ndrine, le famiglie della mala calabra.

Non ero una di quelle persone. Però volevo il riscatto e per migliorare la mia condizione di sacrifici ne avrei fatti tanti. Non potevo aspettare un buon partito per sistemarmi. Anche perché quell’uomo non sarebbe mai arrivato. Non avrei avuto niente da offrirgli: né i soldi, né la bellezza. Quando ero piccola avevo tanta fame e poco da mangiare. I miei genitori non potevano fare molto. Già era tanto rinunciare ai soldi che avrei potuto portare a casa dando una mano alla signora Gina,
una sarta che accorciava i pantaloni e ne cuciva l’orlo per uno dei più frequentati empori del paese, in viale stazione. Avevo provato per qualche giorno. Mi avevano convinto a lasciare la scuola per andare a lavorare. Poi decisi di tornare a studiare. Dopo il magistrale mi sono laureata in lettere antiche.

Sono passati quarant’anni. Ho iniziato a insegnare poco dopo la laurea, in una scuola media. Davanti ai miei occhi ne sono passati centinaia di bambini, ma il loro futuro lo vedo sempre peggio. Saranno considerazioni di una vecchia professoressa che crede che il passato sia oro e il futuro spazzatura. Ma superato i sessanta e mi sento vecchia. Sono vecchia. Entro in aula che la campanella ancora suona. Il mio collega di matematica non deve averla vinta. Non ho intenzione di regalargli neanche un minuto della mia ora. I ragazzi sono svogliati. Alle 9 o alle 12 non fa differenza. Pietro ed Anna stanno in prima fila. I loro genitori sono medici e ci tengono a fare bella figura. Ma quei due bambini non sono proprio dei geni. I genitori lo ignorano, perché anche loro non sono particolarmente intelligenti. Portano un camice addosso. Ma per vincere un concorso pubblico gli sono bastate le amicizie. Franco sta all’ultima fila. Ha una maglietta chiara a maniche corte. Forse una volta era bianca, ora è consumata. Franco è uno ragazzo nomade. Quasi tutti i giovani rom che vivono qui si chiamano Franco. A Nicastro è il nome più diffuso. Le zingare preferiscono impiegare la loro fantasia per scegliere la stoffa delle loro lunghe gonne a pieghe. Per il resto si adeguano, anche quando registrano i loro figli all’anagrafe. Se gli altri fanno finta di seguire le lezioni e imparano a memoria le poesie come fossero canzoni, Franco non lo fa. E’ sveglio e mi segue. I suoi occhi dicono la sua intelligenza.

Ora sta dormendo. A volte capita che si addormenti. I miei colleghi lo mandano dal preside. Se succede quando in aula ci sono io faccio finta di niente. La lezione la faccio lo stesso. Per gli altri, ovvero per nessuno. Fino a quando non è ricreazione.
Tutti scattano come prede inseguite da feroci predatori. Destinazione: la macchinetta che distribuisce merendine e bevande. Andate pure, state apprendendo quello che conta. Diventerete ottimi consumatori. Io vado da Franco, all’ultimo banco. E’ l’unico che non è scappato al suono della campanella. Anzi, neanche l’ha sentita, continua a dormire sereno. Ha i capelli neri, ciglia e sopraccigli folti. Non ha undici anni come i suoi compagni della prima effe. E’ più grande, ma ne dimostra meno. Gli tocco un braccio, lo muovo con delicatezza.
Quando si sveglia mi guarda dispiaciuto: «Scusa professoressa, non volevo dormire».
Sorrido, cerco di fargli capire che non ha nessuna colpa. «Non hai riposato abbastanza questa notte?».
«Ho lavorato con mio padre, lo aiutavo». Si giustifica con la bocca ancora impastata.
Non sapevo che il padre di Franco avesse un lavoro. A ritirare le pagelle del primo quadrimestre non era venuto. Neanche la madre.
«Sei ancora piccolo per lavorare. Quando ero una bambina ci ho provato anche io. Ma cosa hai fatto stanotte con tuo padre?»
«Ho fatto la spesa. La facciamo sempre di notte».
Ho già capito. «Di notte i supermercati sono chiusi» lo incalzo. Voglio gustarmi la sua innocenza.
«Si, il supermercato è chiuso, ma sul lato di dietro c’è una finestra piccola piccola che mio padre sa aprire da fuori. Lui mi alza, io mi piego e ci entro. C’è buio però».
«E non hai paura?» gli domando.
Franco ormai si è completamente svegliato. «La paura ce l’ho, ma mio padre mi passa la luce e poi vedo le cose buone da prendere. Per primo una birra per papà, che mi aspetta fuori. Gliela passo dalla finestrella. Poi mentre mangio il cioccolato compro tutto quello che ci serve: prosciutto, salame, pane, carne. Le macchine che fanno freddo sono accese pure di notte. A me mi piace fare la spesa. Però papà ha detto che ancora per poco posso andarci io. Sto diventando grande, poi ci va con mia sorella Maria. Se voglio posso stare fuori con lui ad aspettare Maria e mi fa bere la birra come un grande».

La campanella suona, la ricreazione è finita. Gli altri ragazzi si attardano per rientrare in aula. Lo stesso ritardo con cui entreranno nella vita vera. Solo Franco sa già cosa vuol dire vivere e una volta che berrà la birra si sentirà un uomo.

Ora stanno zitti, sanno che questa è l’ora delle interrogazioni. Odio il loro silenzio in questi momenti. Quando leggo Omero è tutto un passare di bigliettini, un concerto di risate strozzate. Ora questo silenzio vorrei strozzarlo io e gridare tutto il mio sdegno per questa vita. Finirò in un fazzoletto di terra. Lapidi basse, in fila; piccoli rettangoli in pietra semplice, che coprono i resti degli invisibili. Quelli che se ne sono andati senza fare rumore: tossici, anziani senza famiglia. Come me. Gente che ha un nome e nient’altro. Nessuna foto, nessun fiore. Dimenticati, sepolti senza un funerale, perché tanto non avrebbe partecipato nessuno.

Lo sapevo che avrei vissuto e sarei morta da sola. Quando ero piccola tendevo a isolarmi. Spesso la casa era piena di zii e cugini. Io stavo vicino al pozzo, a leggere quei pochi classici che trovavo nella biblioteca municipale.
«Sei come la nonna Laura» mi ripeteva mia madre.
Io non l’ho mai conosciuta. E’ morta pochi mesi prima che nascessi. Quando è rimasta vedova non si è più fatta vedere per le strade del centro. Stava a casa, nella parte alta del paese. Da lì, guardava i nicastresi. Si affacciava dalle inferriate del belvedere e sputava in basso dicendo: «Questo vi meritate».

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