L’Omu sulu

31.jpg

Prefazione
di Davide Franzini

Caro viaggiatore, se ti è capitato tra le mani questo libriccino, non perdere l’occasione di leggere il prezioso racconto che custodisce. Attraversando il ventre della tua città, potrà raggiungerti il profumo denso del mare, i colori assolati di una Sicilia spazzata dai venti e il mistero di un Uomo senza nome ne storia, apparente.
L’Omu sulu è una ‘non storia’, ovvero, la sommessa, profonda, effervescenza di gioia e passione con cui un giovane autore siciliano ricorda, da lontano, la sua terra. Giovanni Di Stefano, nato a Mazara del Vallo ventitré anni fa, vive come “siciliano di scoglio” a Milano dove studia e lavora. Il suo racconto è un viaggio della memoria tra i sapori forti della Sicilia e la (ri)lettura delle pagine di Verga, Pirandello, Brancati, Vittorini, Sciascia, Camilleri e Consolo.
L’Omu sulu è un personaggio, fantastico ma molto realistico, i cui tratti, splendidamente descritti, prendono forma e consistenza in una città senza tempo: Mazzara, antico nome di Mazara del Vallo. L’Omu Sulu potrebbe essere un filosofo cinico della Magna Grecia, un Mistico arabo, un moderno fisico smarritosi, come il grande Majorana, o anche solo il clochard che sotto casa tua, a Napoli, Roma o Milano, non ti ha mai chiesto l’elemosina, vivendo solo di ciò che butti nella spazzatura. “Munnizza. Se vuoi conoscere un uomo, tutte le sue abitudini, magari quello che ha digerito ieri sera, ebbene, se vuoi conoscere un uomo lo conosci dalla munnizza che fa” – sostiene l’Omu sulu. Mi fa piacere che la sua ‘non storia’, vera o immaginaria che sia, venga racchiusa tra queste pagine di carta interamente riciclata, recuperata, proprio dalla nostra ‘Munnizza’.

_______________________________________________________________________________________

Quando faceva freddo e tirava vento di tramontana, di notte si riparava dentro un incavo che a mano aveva pazientemente scavato nel tufo fradicio dell’arco normanno. Solo quel rudere era rimasto in piedi dell’imponente castello che Ruggero aveva fatto costruire dopo essersi fumato Mokarta, l’arabo signore di Mazzara, a dominare, dalla sua torre, il mare. Quando la temperatura era più mite e le giornate più lunghe, e al posto della tramontana c’era lo scirocco, preferiva stare sui gradini, ai piedi della statua di San Vito, nella piazza del municipio. Non conoscevo il suo nome, e anche adesso non ho la minima idea di chi fosse: l’ho sempre chiamato l’Omu sulu. Anzi, se devo essere sincero non l’ho mai chiamato, anche la prima volta che, preso da coraggio, mi avvicinai a lui per scambiare qualche parola.


Stava sempre solo. Schivo di carattere. Nobile, malgrado la sua condizione. I ragazzi lo schernivano: “Peggio di un cane mi pari!”.
E scappavano i codardi. Certa gente, presa dalla pena, gli offriva cibo. Pane, formaggio, frutta di stagione. Ma dalle mani non prendeva niente. Da terra si, anche dalla spazzatura. “Se volessi, sai quante persone potrebbero darti aiuto? Un letto dove dormire, un pasto caldo intendo”. Attaccai ma non ottenni l’ombra di una risposta. Muto stava. Le braccia incrociate, il capo reclinato e il mento poggiato sul petto. Serrò gli occhi. Avevo decisamente sbagliato approccio.


Mi piaceva passeggiare per il centro. Mi piace anche ora, quando torno per i brevi periodi di vacanza. Al mattino presto, o alla sera, quando il sole sta tramontando. Guardo la palla rossa che si inabissa nel mare all’orizzonte. Se il tempo è bello si vede Pantelleria. Forse è solo immaginazione. Poi salgo su, attraverso la villa comunale, passo davanti alla Cattedrale e mi infilo per via Garibaldi. E’ un budello stretto, come tutte le vie della casbah. I turisti, quei pochi che vengono, ci vanno da soli, e a loro rischio e pericolo. I governatori della città, rossi, neri o azzurrini che fossero, più che valorizzarla l’avevano abbandonata. Una risorsa lasciata a se stessa. Ma a volte penso che invece è giusto così. Che quell’antico quartiere sia abitato dai discendenti di chi l’aveva costruito, e quasi inaccessibile agli altri, che degli altri hanno paura.


Arrivarono nell’827, attraccarono a Quarara in una caletta che ora chiamano Rocca auta, roccia alta. Gli arabi resero Mazzara un gioiello. Un centro fiorente, il primo della Sicilia, chè Palermo ci faceva ridere a confronto. Ora i nipoti dei nipoti dei loro nipoti lavorano tutti nella pesca. I giovani residenti se ne fottono. Pazzi, solo dei pazzi possono augurarsi di lavorare sulle barche, in alto mare. A calare le pesanti reti, e ritirarle quando ancora più pesanti ospitano tra le maglie quintali dei pesci che abitano il Mediterraneo. Otto su dieci sono tunisini o marocchini. Gli altri due sono il capitano e il motorista, quelli che si dividono il grosso della torta insieme all’armatore. Agli altri otto le briciole. Hanno famiglie numerose gli arabi. Se si ci inoltra nella casbah si scorgono nei curtigghi frotte di bambini a piedi nudi che giocano chiassosi attorno alle donne che lavano sulle pile i panni. Cantilenanti ripetono parole a me sconosciute. Avrei voluto studiare l’arabo per capirle, non l’ho fatto ancora.

Esco attraverso una stradina lastricata per spuntare fuori, alla Marina. Lì, gli stessi arabi, quelli che qui non hanno la famiglia e vivono soli, li trovi a bere birra di scadente qualità sui marciapiedi davanti ai bar oppure seduti ai tavolini che giocano con le carte, o a guardare le figure delle pagine già maltrattate del Giornale di Sicilia. Vado spedito per il molo Caito verso piazzale Quinci. Spero di trovarlo, l’Omu sulu, sotto gli archi del seminario, accanto al Circolo. Giovanni Giacalone, Lu Vopu, Capitan Ciccio, Maria Assunta II: gli scafi portano i nomi dei loro armatori e delle mogli, o le loro inciurie, i soprannomi. Salgo i gradini della prima scalinata, che dal Lungomare Mazzini sale verso Piazza Plebiscito, giusto per guardare l’imponente portone di legno del Centro Polivalente chiuso da tempo per restauro. Al centro della piazza un albero, un ulivo. In memoria di una strage che le televisioni e i giornali ci fanno ricordare solo una volta all’anno, proprio perché si deve fare.

E lì l’Omu sulu, vicino all’ingresso del Circolo dei ricchi – così si chiamava una volta e ancora adesso i soci se ne fanno vanto – intento a farsi una sigaretta col tabacco rimediato dai mozziconi delle sigarette trovate per terra. Usa la carta del giornale.
Quanti anni avrà? Il suo viso è segnato, arso dal sole. Potrebbe essere stato un uomo di mare. Mi avvicino discreto. Tiro fuori una sigaretta dal pacco, la accendo con difficoltà. Sorride. Prende un fiammifero dal tascone della pesante camicia di flanella. Il suo fumo denso si mescola al mio.
“Io non ho bisogno di aiuto. Quello di cui necessito riesco a procurarmelo da me”. Era come se avesse registrato le domande che gli avevo posto qualche mese avanti. Resto interdetto e in silenzio fino a quando non spengo la sigaretta pestandola con il tacco della scarpa.
“Quelli normali lo fanno con la punta. Le sigarette si spengono con la punta della scarpa, non con il tacco. Tu non sei normale”.
Mi venne da dire ridendo: “Perché tu sei normale? Chi è normale? “.
“Sono cose di Pirandello queste, lasciamo perdere” rispose.
Non era seccato dalle mie parole.
“Se domani mattina passi magari mi trovi, prima che vado a fare il giro. Presto però”.

Non è che quando si passa una notte all’agghiaccio si possa dormire tranquilli. Anche se ci fai l’abitudine. La mattina, al sorgere del primo sole era già sveglio. Prima dei munnizzari, dei netturbini. L’Omu sulu doveva precederli. Il suo giro era il loro giro. Passava in rassegna ogni cassonetto, anche i sacchetti appesi al filo. Brutta abitudine, la nostra, di tenere in bella mostra i rifiuti penzolanti dai balconi. E se il balcone non c’è, e di costruzioni a un piano ne abbiamo tante, basta un chiodo sull’intonaco biancastro accanto alla porta di casa per appendere la munnizza.
“Munnizza. Se vuoi conoscere un uomo, tutte le sue abitudini, magari quello che ha digerito ieri sera, ebbene, se vuoi conoscere un uomo lo conosci dalla munnizza che fa”.
“E cosa trovi nella spazzatura?”
Alzò lentamente il braccio destro per togliere dalla testa il berretto rosso porpora, con l’altra si grattò, mise a posto i radi capelli e leccandosi le dita le passò sulle sopraciglia a regolarle.
“I miei occhi ne hanno viste tante: – un colpo di tosse secca lo interruppe – I parrini ad esempio. Quelli che predicano la carità, l’umiltà, la castità e cose di questo genere. Vedessi cosa mangiano! Si trattano bene loro. E bevono costose bottiglie. Cosa dicono ai picciotti? Che le vastasate, le cose sporche, non si fanno perché si addiventa ciechi? Ne ho trovati nei sacchi di munnizza del Seminario di giornaletti zozzi. Quelli con le donne con le minne, i seni, e tutto il resto al vento… E pure…”.
Ancora un altro attacco di tosse, molto più forte del precedente, lo fermò evitandogli di dire cose degne di scomunica.
“Come va? Dai, andiamo al bar. Una bella spremuta d’arance riscaldata appena in un pentolino ti farà bene”.
“Ti ho detto che io aiuto non ne voglio da nessuno. Piuttosto, scommetto che tu non lo sai chi è Mazzarò”.
“E’ il protagonista de La roba.
“Bravo, in questa città, che pure chiamano Inclita urbs, pare che lo conosciamo solo noi due. Qua la roba, invece di portarsela dietro fino alla morte, ne hanno tanta da buttarla nella munnizza… tutto ci trovo, meglio di un supermercato. Magari questo berretto”.


L’Omu sulu indossava sempre strani copricapo, a volte li confezionava con i fogli di carta del giornale o con pezzi di stoffa colorata. Nei sacchi che si portava dietro teneva tutta la sua povertà, tutta la sua poesia. E povertà e poesia sono la stessa cosa. E i soli uomini che abbiano ancora affetti e linguaggio riproducibili in termini poetici sono quelli che non posseggono nulla.
Si avvicinò a una spanna dal mio viso e disse: “So perché già da quando eri un picciriddro, un bambino di scuola elementare, mi guardavi con curiosità. So perché ora che passarono anni e infatti ti stai stempiando, ora che vivi lontano da questa terra, mi hai avvicinato. So che scriverai di me. Rispettami”.

Si voltò e si allontanò lentamente. Non tentai di raggiungerlo perché era chiaro che la nostra conversazione per lui fosse finita lì. L’indomani lasciai Mazzara. Non ebbi più occasione di incontrarlo. Mio padre, l’unica persona alla quale avevo parlato dei miei incontri con l’Omu sulu, mi telefonò una mattina dello scorso inverno per dirmi che i munnizzari lo trovarono a terra vicino a un cassonetto, morto. Che venne celebrato il funerale nella Cattedrale, che tanta gente era andata a salutarlo. E che al cimitero sulla sua lapide, acquistata a spese dell’amministrazione comunale, non vi era inciso nessun nome, perché documenti fra la sua roba non ne erano stati trovati e nessuno conosceva il suo vero nome. Chi lo chiamava Pinuzzu, chi Petru, chi cane. Tanto lui non rispondeva a nessuno. Solo una foto sulla lapide. Gli era stata scattata quando era già cadavere, disteso sull’asfalto. Per dare l’idea di un uomo che si reggesse sui propri piedi, e quindi vivo, un impiegato del cimitero, uno assai cretino, l’aveva attaccata sulla lapide roteandola di novanta gradi a destra.Ora è lontano e si crede dimenticato. Non potrebbe ingannarsi più apertamente. Quando passo sotto gli archi del Seminario e il vento infuria, io sento ancora non soltanto la voce di lui, ma persino il rumore del fiammifero ch’egli accese.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: