Said è nessuno

La Moretti tenuta saldamente con la destra, la sinistra occupata da una sigaretta. Che fosse mancino lo si poteva capire già da questo. Said aspettava ansioso dentro al magazzino delle reti. Di lì a poco Rosario, il capitano della San Vito, sarebbe venuto a dare il triste annuncio. «Non si parte…» attaccò sconsolato. Poi rivolto a Salvatore, il più anziano della compagnia, ma a voce alta per farlo sentire a tutti, spiegò meglio le cose.

Mancava la campana di bordo, motivo per cui fino a qualche settimana prima la Capitaneria di porto non si sarebbe sognata di revocare il permesso per l’uscita. Ma l’incidente che era capitato di recente a una delle barche della flotta mazarese, affondata nel Canale di Sicilia in una notte di mare forza 9, aveva prodotto più controlli.

Said di queste cose tecniche, di firme e di documenti non ne capiva niente. Il tunisino in un incerto misto di lingua e dialetto balbettò: «Io partisse uguale». A lui interessava lavorare. Uscire in mare, per venti giorni di fila o il doppio se si era fortunati e si poteva fare il trasbordo, una sosta tecnica a Lampedusa dove un altro peschereccio, in fase di rientro, si incaricava di prendere a bordo il pescato e portarlo a Mazara.

Con l’armatore della San Vito, Said aveva stretto un contratto alla parte. I conti li facevano al ritorno, quando sulla banchina del porto i camion frigorifero finivano di caricare il pesce e veloci se ne partivano per l’autostrada destinati ai mercati del Nord Italia. Il guadagno dipendeva dalla quantità di pescato realizzato: metà del ricavo finiva nelle tasche del proprietario della barca, metà secondo la divisione delle parti. Al capitano ne spettavano tre, due al motorista e al capopesca, una ciascuna agli altri membri dell’equipaggio.

Con la paga faceva campare in Tunisia sua moglie, le figlie, quattro sorelle e la madre anziana. I maschi della sua famiglia erano morti tutti in mare. Salpavano da Kelibia, su barche che neanche si meritano di essere chiamate così. Lui aveva deciso di provare l’avventura: partire per la Sicilia, entrare come clandestino, chiedere il permesso di soggiorno, imbarcarsi in un peschereccio d’altura.

Said mandava metà guadagno a casa. Metà lo teneva per sé, a Mazara. Aveva aperto un libretto all’ufficio postale. Risparmiava per comprare una imbarcazione buona per la piccola pesca e poter tornare in Tunisia. Magari in un giorno di mare calmo, d’estate. Con quella nave in realtà non avrebbe potuto attraversare il Canale, o meglio, se lo faceva era a suo rischio e pericolo. E comunque, un motorista disposto a farlo, quel viaggio, doveva essere più pazzo di lui per accettare.
Per raggiungere quella cifra secondo i suoi calcoli gli bastavano altri dieci anni di lavoro. Forse anche quindici. Tutto dipendeva da Said, se si fosse concesso o meno una pausa. Un soggiorno a Kelibia, per placare il bisogno di ricongiungersi con la sua terra, ché neanche aveva mai potuto vedere la faccia di Samira, la figlia più piccola. Due mesi, solo due mesi e poi di nuovo a Mazara, per tornare ad imbarcarsi.

Said ci pensava sempre più spesso. Ma poi diceva che no, che prima doveva trovare i soldi per comprare la barca e poi sarebbe partito. Ogni volta era così. Anche il venerdì sera, giusto una settimana dopo lo stop forzato della San Vito, ci rimuginava su mentre sbucava a piedi dai meandri della Casbah. Sulle spalle aveva un vecchio materasso, in mano un fagotto con i pochi effetti personali. Sul molo c’erano solo il capitano e il motorista. Gli altri marinai arrivavano alla spicciolata. Chi accompagnato dalla fidanzata, chi dalla moglie e dai figli.

Uno dopo l’altro salivano a bordo della S. Vito. A mezzanotte tutto era pronto per la partenza. Due colpi di sirena, il segnale per aumentare i giri del motore. L’imbarcazione viaggiava a tre quarti di acceleratore, i marinai preparavano le cuccette. Said, che era il primo a fare la guardia – a turno tutti i membri dell’equipaggio, tranne il cuoco e il motorista, devono stare svegli e vigilare – stava sul ponte e guardava verso l’Africa. In una ventina di ore avrebbero visto Lampedusa, per inoltrarsi poi nel Mammellone.

Tre anni prima, nel vivo della “guerra del pesce”, si erano spinti troppo in quella zona contesa da mazaresi e magrebini. Il gioco valeva la candela: il Mammellone è pieno di specie pregiate: triglie, dentici, saraghi. Una vedetta militare tunisina li intercettò. Il peggio era se si veniva presi dai libici. Il carcere era sicuro. Con Tunisi la questione si risolveva con i soldi. Ci pensava l’armatore a contrattare con le autorità la cifra da pagare.

Tempo due giorni e l’equipaggio venne rimpatriato. Said non si capacitava. Era stato lì, costretto sulla San Vito, a pochi chilometri da casa, nel porto di Nabeul. Le autorità locali non lo avevano ascoltato. Altro che permesso per raggiungere i suoi! I compagni, ai quali aveva sempre detto spavaldo: «Io in Tunisia re», lo prendevano in giro: «Said, anche in Tunisia tu sei nessuno!».

Salvatore l’aveva raggiunto per dargli il cambio. Il turno di guardia era finito, Said poteva ritirarsi. Tra poco meno di un’ora gli toccava la prima “cala”. E quando si devono calare o tirare le reti, tutti devono stare sul ponte. Si abbandonò sulla cuccetta. Col Mediterraneo nelle narici, chiudendo gli occhi pensò ancora a Kelibia.

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