Addio, pizzo

Mio zio paga. Suo nonno pagava, ma è morto due anni fa. Almeno così non paga più. Noi non vogliamo pagare e qualche ora fa stavamo per strada ad attaccare adesivi che ancora era l’alba. Tutto però ebbe inizio al tramonto. A quell’ora la spiaggia inizia a svuotarsi. Restano le tracce di chi l’ha affollata dalle prime ore del mattino: bicchieri, creme solari, cicche di sigarette. Ma se la spiaggia è sporca, quando cala il sole il mare è più pulito. Forse perché non c’è più anima viva a mollo.

Io e Ciccio il bagno lo facciamo solo a queste condizioni. Perché è come se il mare fosse solo nostro. Che siamo più cretini degli antichi romani noi? Loro si permettevano di chiamarlo Mare Nostrum. E noi che ci siamo nati a due passi possiamo pensarla come cavolo ci pare. E’ nostro, punto.

Tra una bracciata e l’altra ci aggiorniamo sulle nostre avventure sentimentali. Spesso non ci soffermiamo sui sentimenti e passiamo direttamente a parlare di pilu: le bocce della bionda, le cosce della mora. Discorsi di alto spessore intellettuale. Quando siamo stanchi ci sediamo sul bagnasciuga. Poi per la fatica del nuoto, lo stomaco inizia ad alzare la voce. Presto il pensiero di una caponata cucinata come si deve, prende il posto di labbra voluttuose e procaci sederi.

«Non te lo mangeresti un peperone ripieno ora? E una fetta di tortino di melanzane?»
«Certo che me lo mangerei. Perché due linguine coi gamberi no?»
«Io tutto assaggerei» rispose Ciccio.
«Ciccio sei un genio, grazie a te diventeremo ricchi. Apriamo un ristorante. Ai clienti offriamo una serie di assaggi: antipasti, primi, secondi e dolci. Ma solo assaggi, così mangiano un po’ di tutto. Come quando si va dal pescivendolo e mancano pochi minuti alla chiusura. Gli restano solo due triglie, uno scorfano e tre calamari. Per liberarsi ti dà tutto quello che gli rimane, un misto. Come si dice in siciliano? Una muzziata, mi pare».«Mi piace, lo chiameremo “La muzziata”. Ma con quali soldi lo apriamo il ristorante?».
«Ci facciamo prestare qualcosa dalle nostre famiglie. Un finanziamento ce lo facciamo dare dalla Regione. Tutti mangiano coi soldi della Regione e solo noi stiamo a digiuno?».

L’idea era buona. Anche perché non potevamo restare disoccupati a vita. Bella minchiata laurearsi in Lettere. Quando ne parlammo ai nostri genitori l’idea piacque pure a loro. Solo mia madre aveva qualche dubbio. Ma lei in famiglia viene chiamata “Nostra Madre dell’Indecisione”. Certo una cosa era parlare, azzardare i menù, decidere da chi rifornirsi per il pesce fresco. Altra realizzare quello che nelle nostri menti era già bello e pronto.

Il locale adatto lo trovammo senza difficoltà. Un magazzino vicino al porto. Così saremmo riusciti ad attirare qualche turista. Il proprietario del locale era uno zio acquisito di Ciccio. Duecento euro al mese, un vero affare.

Lo zu Jacupu ci voleva bene, però ci strappò un extra: «Mangio da voi ogni volta che voglio e con me posso portare un ospite».

L’accordo fu presto fatto. Ma prima che arrivassero i soldi della Regione e le autorizzazioni comunali passò quasi un anno. Era di nuovo estate e ancora eravamo in alto mare. La sala andava verniciata, mancavano i tavoli, il collaudo dell’impianto elettrico e la verifica dell’Asl per l’igiene. A quella tenevamo anche noi. Troppe volte avevamo avuto modo di curiosare nelle cucine di trattorie e ristoranti. Quello che si vedeva! In quei posti non si tornava più a mangiare.

Passammo indenni la visita degli ispettori dell’Asl, anche l’impianto elettrico era a norma. I tavolini ce li avrebbero consegnati solo alla vigilia dell’inaugurazione. Restava da tinteggiare la sala. Per risparmiare ci improvvisammo imbianchini. Io insistevo per l’arancione, Ciccio per il rosso e il giallo. Sosteneva che era in onore dei colori della Sicilia. In realtà era per la Roma. Il bastardo tiene appeso nella stanza un poster di Paolo Roberto Falcao. E io, che tifavo Palermo, anche quando giocava in serie C, questa cosa non gliela posso perdonare.

Arrivammo comunque a un compromesso. Tutti e tre i colori e che non se ne parlasse più. Il risultato non era male per due principianti come me e Ciccio. Concordammo fosse merito del rullo. La reclame del colorificio prometteva: “Con il rullo Leopardo anche un bambino diventa Leonardo!“.

Una volta tanto la pubblicità aveva ragione. Magari non saremmo stati capaci di rifare la Gioconda, ma non ci potevamo lamentare. Quel vecchio magazzino ora sembrava un bijou: giallo rosso ed arancione. Un po’ pacchiano, ma un bijou. A fine giornata, stanchi come eravamo e lerci di colore da sembrare due arlecchini, ci sedemmo su una panchina all’esterno del locale. Una birra in due. Tanta era la sete che finì subito.

L’ultimo sorso mi andò di traverso: «Ciccio quei picciotti sulla Vespa non mi piacciono».
«Minchia, giusto da noi stanno venendo». Furono le ultime parole che Ciccio pronunciò quella sera.
«Si dice che tra poco aprite un ristorante, complimenti. Sapete, ai tempi d’oggi, con tutti i disgraziati che ci sono per strada, sarebbe un peccato farsi rovinare una bella attività come la vostra. Noi possiamo darvi tutta la protezione che vi serve».
«Non se ne parla nemmeno» risposi di botto.Ciccio non riusciva a parlare per lo

scanto. Ogni volta che aveva paura iniziava a tremare. Come quando dopo una sbronza gli sbirri per poco non ci fermavano a un posto di blocco. Anche dopo due ore Ciccio era preda di piccole scosse telluriche. L’epicentro l’aveva dentro.E io che gli ripetevo: «Tranquillo, vedi che gli sbirri non ci hanno fermato».
«Ma siete sicuri? – ripetè il picciotto – Sai che peccato se un giorno trovate l’insegna scassata! E poi vorreste mancare di rispetto al nostro capo?»
«Salutamelo e ditegli che stasera brindiamo col Nero d’Avola in suo onore».
Ci lanciarono una brutta taliàta, fissandoci con gli occhi storti. Il giorno dopo quando Ciccio mi chiamò al cellulare già immaginavo quello che stava per dirmi: «Tutte cose bruciarono. Vieni a vedere che qui ho trovato un inferno».

Era stato inutile litigare per la scelta dei colori. Ma quale giallo? Quale rosso? Quale arancione? Tutto nero era diventato. Solo la cucina era rimasta immacolata. La porta di acciaio che la separava dalla sala magari poteva sembrare rustica, però a qualcosa era servita.

«Intanto denunciamo. Poi ripuliamo tutto e imbianchiamo le pareti». Convinsi Ciccio. Però dovevamo convincere anche i nostri sponsor. I suoi genitori diedero il nulla osta. Per mio padre non c’erano problemi. Mia madre, invece, quando venne a sapere dell’incidente – lo chiamai così per non farla preoccupare – a momenti finiva all’ospedale. «Levati da questi impicci, tu morire mi fai!».

Dieci giorni dopo “La muzziata” era pronta per l’apertura. Anche i tavolini erano arrivati. In ritardo, ma erano arrivati. «Anzi, dovete ringraziarmi ché vi ho consegnato la merce – si giustificò il falegname – certo se aveste ordinato tavoli normali ci avrei messo meno. Ma se me li avete chiesti a forma di triangolo rettangolo e coi tre piedi di colore diverso…giallo, rosso e arancio…siete cretini, fissati con questa Sicilia! Credete che i clienti, sempre se verranno, riusciranno mai a capire che i tavoli triangolari richiamano la forma della Sicilia? E poi metti che io vengo a mangiare con mia moglie, mia sorella e mio cognato: dove la faccio sedere mia moglie se i lati del tavolo sono tre? La lascio a casa?».

Gianfranco conosceva bene il suo mestiere di falegname, ma al posto del cervello aveva segatura. Vai a spiegarglielo che nell’ipotenusa e nel cateto maggiore ne metti almeno due di persone. E poi, se unisci due triangoli rettangoli non ottieni un rettangolo? Così, anche uno come Gianfranco se il tavolo lo vede rettangolare magari si fa convinto che il posto per quattro c’è.

Intascò i soldi e se ne andò che ancora non si era persuaso. Tanto a lui interessavano solo gli euro che mancavano per saldare la commessa. Anche ad altri, però, facevano gola i nostri piccioli. Erano ancora loro, quei due delinquenti. Ma dal bozzo che si sporgeva dalle loro tasche avevamo capito che stavolta era meglio non fare tanta ironia. Ci avrebbero messo poco a tirare fuori le pistole e a scaricarle sulle nostre gambe. Giusto per farci comprendere meglio il messaggio.

«Io vi avevo avvisati. C’è tanta brutta gente in giro. Era meglio se ci ascoltavate. Se non volete rischiare più vi consiglio di pagare. Ora e subito».
«Soldi non ne abbiamo più e noi comunque protezione da voi non ne vogliamo».
«Allora non avete ancora capito. Capirete presto».

Ciccio tremava come al primo incontro. Anzi, di più. Prima di andare in questura passammo dal pronto soccorso. Quell’asino di medico – assunto perché raccomandato da un deputato della zona – non seppe neanche dargli un tranquillante.

«Questo ragazzo è esaurito. Niente c’è da fare. Ma che l’ha lasciato la ragazza?».

Gli avrei risposto che l’amico dell’amico che gli ha fatto avere il posto in ospedale ci ha chiesto soldi e ci minaccia. Ma preferii il silenzio. Per una settimana Ciccio non volle uscire di casa. Toccò a me andarlo a trovare nell’appartamento dei genitori per avvisarlo che avevano dato fuoco al locale. Un’altra volta.

«Stavolta si chiude per sempre» sentenziò Ciccio.
«Veramente non si chiude perché non abbiamo mai aperto» risposi.

La battuta non fece ridere nessuno. Finalmente Ciccio mise piede fuori. Prima una granita al bar, poi andammo a casa di mia nonna, che era rimasta vuota dalla sua morte. Ci tengo il computer, un televisore, un divano letto. Anche un piccolo frigorifero, rumoroso quanto una trebbiatrice. In pratica c’è tutto quello che mi serve.

«Ciccio, spegni quella sigaretta e vieni a guardare il monitor».

“UN POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È SENZA DIGNITÀ”. Caratteri neri su sfondo bianco. Ripetuti su un foglio Word diviso in tanti piccoli rettangoli, come bigliettini da visita.

«Bella frase, ma che vuoi farci?».
«Ne stampiamo duecento. Ho la carta adesiva. Domani ci svegliamo all’alba e li attacchiamo su tutti i muri della città».
«Tu sei pazzo».
«Ciccio, tutti pagano il pizzo. Tutti, nessuno escluso. Poco magari, ma tutti versano qualcosa per essere protetti. Quando facciamo la spesa pensiamo forse che abbiamo appena lasciato la nostra quota alla mafia? Certo che non ci pensiamo, eppure è così. Se i bar, i panifici, i tabacchini, i fiorai e persino le pompe funebri pagano il pizzo, se una percentuale del loro guadagno va alla mafia, una percentuale, anche minima, dei nostri soldi va alla mafia. Ora basta. Bisogna urlarlo: «Addio, pizzo!».

Lo dissi tutto d’un fiato. E Ciccio seppe solo dire: «Ci sto, va bene». Però stavolta non tremava. Abbiamo messo la sveglia alle 4, senza sapere cosa sarebbe successo. Non lo sappiamo nemmeno ora. Aspettiamo. Magari qualcosa succede.

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